«Ha ancora senso esportare vino in Russia nel 2026?» È la domanda che ci pongono più spesso i produttori italiani. La risposta onesta non è né «è un affare facile» né «è un mercato chiuso»: è un mercato più piccolo e più selettivo di qualche anno fa, dove però l’Italia resta il primo fornitore e dove la fascia di qualità continua a comprare. Questa guida mette in fila i dati aggiornati, le regole e il metodo per valutarlo con lucidità.

Il mercato russo del vino oggi: i numeri del 2026

Partiamo dai fatti, anche da quelli scomodi. Nel 2025 l’export di vino italiano verso la Russia è calato del 16%, fermandosi a circa 207 milioni di euro (dati Istat elaborati da WineNews/Vinetur). È parte di un quadro più ampio: lo stesso anno l’export totale di vino italiano ha registrato il primo calo dopo anni di record (−3,7%).

Ma il 2026 si è aperto con un segnale netto e controcorrente: a gennaio 2026 la Russia è cresciuta del +38,4% (a 12,7 milioni di euro) nel mese peggiore dell’export italiano nel mondo (−18,7%), e il bimestre gennaio-febbraio ha confermato la tendenza (fonte: WineNews su dati Istat). La media a dodici mesi resta negativa: siamo di fronte a una normalizzazione dopo forti oscillazioni, non a un boom.

Il dato strutturale che conta di più, però, è un altro: l’Italia è il primo fornitore di vino della Russia, con una quota intorno al 39% delle importazioni, ed è prima anche negli spumanti (fonti: WineNews, wein.plus). Il vino italiano, in Russia, è desiderato e riconosciuto.

Perché la Russia ha ancora senso per il vino di qualità

Dazi e accise hanno spinto fuori dal mercato il vino economico: i margini non reggevano più. Quello che resta — e che cresce — è la fascia premium e boutique, concentrata nella ristorazione (Ho.Re.Ca.) di Mosca e San Pietroburgo (fonti: Wine Intelligence, Renub Research). È esattamente il segmento delle cantine medio-piccole di qualità.

Tradotto per un produttore: in Russia oggi non si compete sul prezzo — non potreste e non dovreste — si compete sul posizionamento. Un mercato che si è ristretto ma premiumizzato seleziona proprio chi fa vino di territorio, non volume.

Le difficoltà reali (e perché vanno gestite a monte)

Entrare in Russia oggi richiede di conoscere alcune regole precise. Non sono dettagli: sono la differenza tra un export costruito bene e una figuraccia costosa.

  • Dazi e accise. I dazi sui vini dai Paesi «non amici» sono saliti fino al 25% (con un minimo per litro) e da maggio 2024 le accise sul vino sono triplicate (fonte: The Drinks Business). Questo cambia il listino e la marginalità, e va calcolato prima di spedire.
  • Certificazione EAC ed EGAIS. Il vino destinato alla Russia richiede la certificazione di conformità dell’unione doganale (EAC) e la registrazione nel sistema di tracciabilità degli alcolici (EGAIS). Sono passaggi tecnici che gestisce l’importatore, ma che vanno previsti nella strategia.
  • Etichetta in cirillico. È obbligatoria una contro-etichetta in lingua russa con le informazioni di legge.
  • La soglia dei 300 euro. Esportare verso la Russia una bottiglia di valore superiore a 300 euro rientra nelle sanzioni UE sui beni di lusso ed è configurato come reato (fonte: WineNews). Per le cantine con etichette di pregio, questo cambia cosa si può proporre e come: va gestito sul listino, non scoperto in dogana.
  • Pagamenti e logistica. Sono diventati più complessi e richiedono canali e partner affidabili sul posto.

Come si entra: trovare l’importatore giusto, non «un» importatore

Il rischio numero uno non sono le sanzioni: è l’importatore sbagliato. In un mercato complesso, mandare campioni a un indirizzo qualsiasi è denaro buttato. Quello che serve è un percorso strutturato:

  1. Valutazione professionale riservata. Prima di tutto, capire se i vostri vini hanno mercato: una degustazione con sommelier e buyer professionisti a Mosca e San Pietroburgo, e un report con una raccomandazione netta — proseguire o no.
  2. Strategia commerciale. Analisi del potenziale per città e posizionamento, e una Short List di importatori realmente attivi sul portafoglio italiano e adatti al vostro profilo.
  3. Presentazione ai buyer. Degustazioni individuali e collettive con i buyer giusti, e la raccolta del loro feedback professionale.
  4. Gestione continuativa. Relazioni con i buyer, contratti, certificazioni, documenti di export e ordini — sul posto e nella lingua del mercato.

È il metodo che chiamiamo «La Rotta»: quattro fasi con criteri chiari per decidere, a ogni passaggio, se e come proseguire.

Il modello «Cantine in collettiva»: entrare senza muoversi dalla cantina

Per una cantina medio-piccola, sostenere da sola i costi di logistica, eventi e presenza in fiera in Russia è difficile. Per questo abbiamo costruito un modello che raggruppa più cantine: i costi si dividono, le vostre bottiglie vengono presentate ai buyer alle fiere russe, e voi restate in Italia ricevendo i report e i feedback già pronti sul tavolo. Presenza piena, costi sostenibili.

Da dove si parte

Il primo passo non è un contratto: è una conversazione onesta. In una prima call conoscitiva — gratuita e senza impegno — ci raccontate la vostra cantina e i vostri obiettivi, e vi diciamo con franchezza se vediamo spazio per i vostri vini in Russia. Se non lo vediamo, ve lo diciamo.

Prima call conoscitiva

Valutiamo insieme il potenziale dei vostri vini in Russia.

Gratuita, senza impegno. Rispondiamo entro 24 ore.

Parliamone

Fonti dei dati citati: WineNews e Vinetur (export vino italiano, dati Istat); WineNews/Istat (gennaio 2026, +38,4%); wein.plus (quota Italia); The Drinks Business (dazi e accise); Wine Intelligence e Renub Research (premiumizzazione e Ho.Re.Ca.). Dati aggiornati a giugno 2026.